Cercare tra i farmaci esistenti quelli per sconfiggere il Neuroblastoma

Dopo tre anni di studi, esperimenti di laboratorio e analisi dei risultati per valutare il possibile riposizionamento farmacologico di farmaci già disponibili per la cura di altre malattie, stanno per essere pubblicati gli esiti dello studio  “DRUG REPURPOSING” sostenuto dalla Fondazione Italiana per la Lotta al Neuroblastoma ONLUS.

Nello studio, condotto dietro consiglio dei migliori esperti italiani sul Neuroblastoma, sono stati coinvolti il Laboratorio stesso della Fondazione presso la Torre della Ricerca della Città della Speranza a Padova, il CIBIO (Centro di Biologia Integrata) dell’Università di Trento, l’Ospedale San Martino-IST di Genova e il CEINGE, Centro di Biotecnologie Avanzate di Napoli.

IMG_1465_Longo«Il risultato principale ottenuto dai nostri ricercatori, riguarda un farmaco da poco introdotto per la cura delle leucemie dell’adulto, che dimostra una spiccata attività anche in cellule di Neuroblastoma, il Ponatinib. - come spiega il dottor Luca Longo, responsabile scientifico del progetto che si sta occupando della pubblicazione che uscirà a breve – Il vantaggio di questo approccio è che di questo farmaco sono già noti: il profilo di tossicità e gli effetti indesiderati, la farmacocinetica, la posologia e i dosaggi che presentano un’efficacia terapeutica, tutte indicazioni che tipicamente si ottengono durante gli studi di trial clinico di fase I e II. Conseguentemente, questi studi di natura clinica, che possono durare qualche anno, non devono essere ripetuti per intero e l’eventuale utilizzo clinico per valutare l’efficacia del Ponatinib richiederebbe minor tempo e minor spesa a carico del servizio sanitario nazionale.

IMG_8503_quattrone«I risultati dei nostri ricercatori - spiega il professor Alessandro Quattrone, direttore del CIBIO di Trento – puntano il dito verso un possibile riutilizzo del Ponatinib per contrastare il Neuroblastoma».

I ricercatori danno quindi ai medici, un’indicazione basata su promettenti risultati preclinici ottenuti in laboratorio.

«Bisogna tenere conto – prosegue il professor Quattrone – che difficilmente si troverà un farmaco che possa funzionare su tutti i pazienti, per cui, anche in questo caso sarà necessario appurare quali e quanti tra neonati, bambini e adolescenti affetti da Neuroblastoma potranno riscontrare un reale e duraturo beneficio terapeutico».

Nel corso di questa ricerca sono stati accumulati dati anche su molti altri farmaci, già in uso o in fase di studio preclinico e su composti nutraceutici, che verranno ulteriormente valutati, costituendo un importante patrimonio di conoscenza.
Un altro interessante risultato ottenuto riguarda, infatti, una molecola usata attualmente come nutraceutico, la Quercetina, che potrebbe favorire l’azione di un farmaco già usato nella terapia del Neuroblastoma, il Tretinoin.

Il Neuroblastoma è un tumore difficile da curare. Ci sono delle evidenze generali per affermare questo. Dal 1975, quando il dott. Bruno De Bernardi in Italia iniziò a osservare e curare sistematicamente i piccoli pazienti presso l’Istituto Gaslini a Genova, la sopravvivenza dei casi, cosiddetti ad alto rischio, era del 15%. Oggi, dopo più di 40 anni e un costante impegno nella ricerca, abbiamo raggiunto una sopravvivenza del 39%.

Chiunque, anche chi non è addetto ai lavori, potrà capire che l’incapacità di raggiungere il 100% di curabilità è dovuta alla complessità della malattia. La Fondazione per la Lotta al Neuroblastoma (FNB) ha sostenuto la ricerca sul Neuroblastoma e la diagnostica clinica dei pazienti italiani con finanziamenti che nel corso degli anni hanno raggiunto la cifra di 10 milioni di euro, ma cifre molto più alte sono state erogate da enti pubblici e privati negli Stati Uniti, come ad esempio al Children’s Hospital di Filadelfia, oppure in Germania, al dipartimento di Oncoematologia dell’Università di Colonia o, ancora, in Olanda, al Centro di Genomica e Children’s Hospital di Amsterdam tanto per citare alcuni dei maggiori centri mondiali dove ricercatori esperti hanno e stanno lavorando incessantemente per studiare la biologia e migliorare le cure per questo tumore.

Eppure, oggi, tutti ci troviamo alla soglia del 40% di sopravvivenza per i piccoli pazienti. Siamo consci che forse non esiste il farmaco che curi da solo il Neuroblastoma, ma siamo anche consapevoli che è indispensabile sostenere la ricerca farmacologica con la speranza di riuscire ad individuare nuovi bersagli terapeutici e nuovi farmaci che aiutino ad aumentare la sopravvivenza dei pazienti.

IMG_8398_tonini«Per questo, nel 2014 la Fondazione Italiana per la Lotta al Neuroblastoma – sottolinea il professor Gian Paolo Tonini, direttore del Laboratorio di Padova della Fondazione –  ha ritenuto importante finanziare un progetto di “riposizionamento farmacologico” (drug repurposing). Questo tipo di progettualità è già stato sviluppato negli Stati Uniti per diversi tipi di tumore dando alcuni risultati promettenti».

Cos’è il driug repurposing?
Il principio si basa sul testare farmaci la cui attività biologica e gli effetti collaterali sono già conosciuti e sono, già in distribuzione e utilizzati per la cura di altre malattie. In pratica oltre a cercare di individuare “nuovi” farmaci, i ricercatori sono orientati a trovare il modo di rivalutare quelli “vecchi”, provando a vedere se questi farmaci possono avere efficacia anche verso malattie inizialmente non prese in considerazione, nel nostro caso il Neuroblastoma. Questi farmaci presentano, inoltre, il vantaggio di essere già utilizzati per patologie dell’adulto, una condizione indispensabile per il loro eventuale uso nei bambini. Oltre a farmaci già disponibili sono stati, comunque, presi in considerazione anche quelli in corso di sperimentazione preclinica per altre patologie, al fine di osservare una loro eventuale attività anche verso cellule di Neuroblastoma. In questo modo potrebbe succedere che un farmaco usato, ad esempio, per le allergie risulti efficiente anche per bloccare la crescita delle cellule tumorali. Per questo tipo di ricerca si utilizzano le cosiddette “librerie” di farmaci che contengono più di 1000 composti, includendo, quindi, tutti i farmaci attualmente approvati dagli enti preposti a valutarne l’efficacia e la sicurezza e autorizzarne l’immissione nel mercato per la cura di patologie umane (ad esempio la Food and Drug Administration statunitense), oltre ad altri composti ancora in fase di sperimentazione e molecole “naturali” non di sintesi.

Nelle foto: dall’alto il dottor Luca Longo, dell’Ospedale San Martino-IST di Genova, il professor Alessandro Quattrone, direttore del CIBIO di Trento e il professor Gian Paolo Tonini, direttore del Laboratorio della Fondazione Italiana per la Lotta al Neuroblastoma