La diagnosi

La diagnosi di Neuroblastoma va eseguita e confermata in un istituto di cura specializzato,
effettuando analisi mirate; questa è una fase importante per stabilire l’estensione della malattia (stadio) e decidere la cura appropriata.

Le indagini comprendono fra le altre:

la
scintigrafia con MIBG
eseguita iniettando una sostanza, la guanidina, legata a iodio radioattivo, che viene catturata solo dalle cellule di Neuroblastoma, mettendo inequivocabilmente in evidenza il tumore e le sue metastasi. Si tratta di un esame non dannoso, né doloroso, che richiede una preparazione specifica, cioè l’assunzione orale di iodio (in forma di gocce di Lugol), per evitare che lo iodio radioattivo vada a fissarsi sulla tiroide recandovi danni anche irreparabili;

la scintigrafia scheletrica, eseguita iniettando nel sangue un isotopo radioattivo che va a fissarsi nelle ossa ovunque esista una lesione,viene ormai eseguita solo nei casi in cui la scintigrafia con MIBG risulti negativa anche sul tumore primitivo;

la biopsia, prelievo di alcuni frammenti di neoplasia dai quali acquisire informazioni importantissime sulle caratteristiche istologiche e biologiche del tumore;

lo studio del midollo osseo con l’aspirato e la biopsia osteomidollare.

Solo dopo aver effettuato tutte le analisi citate e dopo l’intervento chirurgico (sia esso per
rimuovere la massa tumorale o per il prelievo di un frammento della neoplasia per l’esame
istologico) è possibile avere un quadro completo della malattia, definire la prognosi ed impostare il trattamento.
Il tipo di terapia va deciso sulla base all’età del bambino (i bambini di età inferiore ad un anno di vita hanno in genere un prognosi più favorevole), all’estensione della malattia, ossia lo stadio del tumore, e alle caratteristiche genetiche delle cellule tumorali.

Poiché in quasi 2/3 dei casi la malattia richiede un trattamento con farmaci antitumorali, per far sì che i piccoli pazienti non soffrano e, soprattutto, non si spaventino, ogni qualvolta è necessario sottoporli a un ciclo di cure o a un prelievo di sangue, si applica un sottile e morbido tubicino di gomma (chiamato catetere venoso centrale) in un grosso vaso sanguigno del collo sotto la cute. Il catetere, con una adeguata “manutenzione” a cura dei genitori, può rimanere nel paziente per lunghi periodi senza arrecare danni e lasciandolo libero di muoversi e giocare.