Storie di Speranza

Tanti bambini e tante famiglie hanno affrontato in questi 22 anni il percorso, difficile e spesso non fortunato di questa malattia; ma quello che emerge prepotente dalle loro storie è sempre la forza della speranza.

Storia di A.
Mi chiamo A. e da bambina sono stata affetta da Neuroblastoma, ma grazie alla chirurgia
e alla chemioterapia oggi sono laureata, ho un lavoro e un adorabile marito con cui spero di avere dei figli.
Ho 29 anni e una lunga cicatrice che mi unisce ai bimbi che soffrono e ai loro genitori a cui auguro di essere uniti per trovare la forza di aiutare i propri figli…
Così mi hanno aiutato i miei genitori!

Storia di F.
Sono F. un giovane sostenitore dell’Associazione NB. Con l’aiuto di compagni e amici, presso la mia scuola, organizzo iniziative per raccogliere fondi e sostenere la ricerca sul Neuroblastoma.
Faccio tutto questo perchè so perfettamente cosa significhi lottare contro questo terribile male. A soli venti mesi, infatti, mi è stato diagnosticato un Neuroblastoma, ho subito un auto trapianto e fortunatamente ora sto bene. Oggi, anche grazie alla mia famiglia e a mio fratello maggiore S., che nei momenti più difficili ha saputo sostenerci con la sua allegria e tanto amore, sono una persona solare. Mi raccontano che una certa vivacità si notava già fin da piccolo quando, all’ospedale in cui sono stato curato, giravo per i corridoi con il triciclo già qualche giorno dopo l’intervento. Non ho dimenticato. So cosa mi è successo e voglio aiutare tutti i bambini che ora combattono contro il Neuroblastoma e che mi avranno sempre al loro fianco.

Storia di L.
Sono una giovane medico oncologo [...] L’estate del 1° anno di Università, avevo concluso tutti gli esami previsti, decisi di fare un mese di volontariato presso il Gaslini.
Mi porto nel cuore quei trenta giorni: il gelato della signora Ester, il Dr. Luca e la Dr.ssa Laura, i bambini del Day Hospital e del reparto. Non facevo il “medico apprendista”, ma la volontaria, servivo il gelato, giocavo con i bambini, parlavo con i genitori e quando entravo in Day Hospital alla mattina ed alcuni dei bimbi mi venivano incontro e mi abbracciavano io mi dimenticavo di tutto e pensavo “non è possibile che non si possa fare nulla, sono bambini, perchè proprio a loro?”.
E così scoprivo, giorno dopo giorno, che non ero io a dare a questi bambini, ma erano loro con la loro storia e i loro genitori a donarmi l’immenso. L’Università, seppur la più prestigiosa, non ti insegna ad avere cuore, questo o c’è o non c’è; io credo che l’esperienza di Genova mi abbia dato molto e ancora adesso, a distanza di quasi vent’anni continui ad accompagnarmi nell’esercizio quotidiano della mia professione.